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Antonino Mancuso Fuoco

            Pittore dei Nebrodi

Presentazione

L'arte, spesso, ci avvicina alla natura

Non poche volte, infatti, gli artisti propongono singolari relazioni con l'ambiente naturale riuscendo a fermare sensazioni, significati ed emozioni, altrimenti inafferrabili per noi, immersi nel flusso caotico del nostro vivere quotidiano.

Ciò vale, soprattutto, per l'arte naive che, scevra da virtuosismi e da schemi accademici, coglie, in maniera primitiva, colori e suggestioni provenienti dal mondo circostante.

Il capitino Antonino Mancuso Fuoco appartiene, a pieno titolo, a questa schiera di pittori. La sua produzione artistica, infatti, spontanea e non mediata da modelli accademici e culturali, rivela luoghi, colori, animali, alberi, attività lavorative a noi familiari, poiché caratterizzano l'ambiente nebrodense.

Questo catalogo, quindi, vuole essere un omaggio; un omaggio da parte dei Nebrodi ad un suo cantore che, con poetica ingenuità, ha trasferito sulla tela tutto il suo amore per questo territorio.

Scorriamo le pagine del catalogo, fitte e scintillanti di giallo, di verde, di bianco, di rosso; sono i colori delle messi, dei boschi, delle lunghe teorie di greggi e di mandrie; sono i colori della fatica dell'uomo e della stupefacente natura dei Nebrodi.

Scorriamo le pagine del catalogo; troveremo quei segni comuni che ci identificano e ci fanno sentire orgogliosi di appartenere al medesimo territorio.

Per questo, Antonino Mancuso Fuoco è il pittore dei Nebrodi.

                                                                                   Marcello Fecarotti

                                                                    Presidente dell'Ente Parco dei Nebrodi

 

 

La vita

La vita di Antonino Mancuso Fuoco inizia a Capizzi, nel lontano 13 giugno 1921;
vive una vita ricca di avvenimenti tristi e lieti, ma se oggi lo si potesse interrogare egli direbbe che la sua vita è stata normale, comune.
Trascorre un'infanzia serena, fatta di tanto amore, gioco, lavoro. I suoi giochi preferiti sono i giochi di squadra dove emerge la sua prontezza di riflessi, la furbizia e l'astuzia; si tratta sempre e comunque di giochi creativi, spesso inventati al momento, molto diversi dai nostri, quasi sempre costruiti. La sua adolescenza la trascorre in maniera armoniosa fino all'età di ventuno anni quando perde la madre, una donna eccezionale, a suo dire, molto operosa, di larghe vedute, che allevò i figli inculcando loro una buona dose di elasticità mentale e di apertura verso il mondo esterno. Da quel momento una serie di avvenimenti funesti lo colpiscono: innanzitutto la guerra con la distruzione e l'angoscia che si porta dietro, la lontananza degli affetti più cari, la scomparsa del padre, la morte, dopo solo dieci mesi, della giovane moglie appena
 ventiquattrenne, la nascita-morte del primogenito dal secondo matrimonio.
Dopo questi tristi avvenimenti finalmente la nascita di altri tre figli: Gaetano
Antonino, Silvana, Maria Giacoma. Si dedica amorevolmente alla loro educazione, intrisa di affetto e di attenzione, ma un disastro economico lo costringe ad emigrare in Germania anche se per pochi mesi. Di ritorno si rimette al lavoro nel proprio paese, allora abbastanza povero; arriva il momento in cui le figlio decidono di proseguire negli studi; non indugia un solo istante a trasferirsi a Torino in cerca di lavoro non avendo denaro sufficiente per fronteggiare le loro necessità.
Il soggiorno a Torino comporta tuttavia una buona dose di malinconia e di nostalgia; così il Mancuso riprende i suoi pennelli, usati in passato per interrompere la vita a volte monotona dei campi, per fare qualche omaggio ai suoi amici o per dedicare qualche disegno ai propri figli. Prendono forma e colori i personaggi e gli ambienti naturali della sua infanzia, inoltre l'acquisto di qualche dipinto da parte di personaggi che frequentano la scuderia dove lavora gli torna utile per arredare in qualche modo il bivano preso in affitto e arrotondare lo stipendio già strettamente ripartito. Il suo soggiorno torinese dura pochi anni; colpito da una paresi è costretto a rientrare in paese su consiglio dei medici che lo hanno in cura.
Un nuovo periodo di difficoltà e di scoramento ricomincia, interrotto da una lettera amica che lo invoglia a riprendere i pennelli.
Un primo  articolo  apparso  su "Bolaffiarte" lo rende fiero: una valanga di richieste di suoi dipinti arrivano da ogni dove. Il Mancuso diventa un fiume in piena, comincia a raccontare e a raccontarsi attraverso il disegno e il colore. Tutte le impressioni ricevute da bambino, da ragazzo, da giovane, si traducono in splendidi paesaggi infuocati o innevati o l'uno e l'altro. C'è tutta una storia dentro: di contadini, di massaie, di bambini e di giovani che giocano, un'intera esistenza raccontata con occhi fiduciosi e innocenti, aperti solo alla speranza.
Ha così inizio la sua "carriera" artistica che gli offre l'opportunità di conoscere tantissime persone alle quali rivela oltre al suo talento, la grande sensibilità, l'umorismo e l'ironia che c'è in lui. Tantissime sono le mostre collettive e personali a cui partecipa, stupendosi sempre della celebrità che lo investe e mantenendo la semplicità che lo ha sempre contraddistinto.
Difficilmente si allontana dal proprio paese natio, sono gli altri ad organizzare esposizioni per lui. Molti amatori vengono sin in paese per ammirare i suoi dipinti e per comprarli. Così trascorre per un pò di anni la sua vita, dedicandosi soltanto all'arte. Ad un certo punto decide di tornare alla vita dei
campi, compra un gregge e porta con se, in campagna, le sue tele e i suoi pennelli.
La sua vita finisce in un'afosa giornata 8 di giugno del 1996. Sulla parete della casa di campagna, messo ad asciugare, un bellissimo quadro incompiuto che contiene già un soggetto ben definito: mostra un cielo estivo turchino e un immenso prato verde su cui pascola un cavallo.
                                                                    
Maria Giacomo Mancuso Fuoco

 

 

 

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